Contrastare la sedentarietà mezz’ora per volta

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A cura della Redazione
Mercoledì, Ottobre 30, 2019
La sedentarietà è dannosa, anche e soprattutto nei soggetti colpiti da infarto che rischiano l’arresto cardiaco. Lo confermano gli studi del cardiologo De Ferrari sull’inattività prolungata e sull’insorgenza di aritmie cardiache.

Lo abbiamo scritto e non manchiamo di ripeterlo: uno stile di vita sedentario può essere un forte fattore di rischio per la salute, specie nei soggetti colpiti da infarto che, in caso di inattività fisica protratta nel tempo, possono incorrere in seri problemi cardiaci.

Secondo il dottor Gaetano De Ferrari, nuovo primario al reparto di Cardiologia dell’ospedale Molinette-Città della Salute e della Scienza, è piuttosto facile ridurre significativamente questo rischio: è sufficiente mezz’ora di attività fisica alla settimana per ridurre le probabilità di subire un infarto o un arresto cardiaco, ovvero eventi spesso fatali che in Italia interessano una fetta piuttosto ampia di popolazione. Dati alla mano, tra le 50.000 e le 100.000 persone sono colpite da infarto ogni anno, e di queste i soggetti appartenenti alla fascia d'età 50-60 anni, in particolare gli uomini. 

Il Policlinico San Matteo e l’Università di Pavia coordinano, da anni, uno studio multicentrico italiano che ricerca i fattori di rischio di arresto cardiaco durante un infarto miocardico. Lo studio si chiama Predestination e, ad oggi,  ha coinvolto circa 1.000 pazienti con infarto miocardico, 400 dei quali hanno subìto un arresto cardiaco. La grande maggioranza dei pazienti è stata studiati a Pavia. 

Lo scopo principale dello studio è cercare varianti genetiche che aumentano il rischio di arresto cardiaco durante infarto. Tra i dati raccolti, figurano anche quelli sull’inattività fisica dei pazienti: il 10% della popolazione di pazienti con infarto, con un'età media di 60 anni, è risultato inattivo, ovvero non raggiungeva neppure un basso livello di attività (meno di 30 minuti settimanali di cammino a passo veloce).  L’inattività ha aumentato il rischio di avere un arresto cardiaco, raddoppiandolo negli uomini e addirittura quintuplicandolo nelle donne.

 

 

“Questa è la prima dimostrazione al mondo del rischio di aritmie fatali legato all’inattività”, riferiscono Gaetano Maria De Ferrari, Direttore dell’UTIC (la struttura di Terapia Intensiva Cardiologica) del Policlinico e Veronica Dusi, sua collaboratrice, primi autori della pubblicazione accettata e in via di pubblicazione in questi giorni dalla più importante rivista di cardiologia, il Journal of the American College of Cardiology.

“Già sapevamo - prosegue De Ferrari - che fare attività fisica riduce il rischio d'infarto cardiaco, ma con questo studio dimostriamo che l’attività riduce anche il rischio di arresto cardiaco nel caso in cui, nonostante la prevenzione, il soggetto accusa un infarto”. I meccanismi precisi di questo beneficio non sono noti, ma noi pensiamo – aggiunge lo specialista del Policlinico - che abbiano a che vedere con una riduzione dell’attività simpatica diretta al cuore, ovvero con un miglior equilibrio del sistema nervoso. Indipendentemente dai meccanismi coinvolti, possiamo affermare che anche un’attività fisica modesta dimezza il rischio di subìre un arresto cardiaco e deve perciò essere praticata da tutti gli individui e, in particolare, dalle donne e dai soggetti che sono a rischio cardiovascolare elevato”.

Le linee guida statunitensi sull’attività fisica, ad esempio, raccomandano almeno 150 minuti di attività alla settimana, ma solo metà degli adulti è in linea con questa raccomandazione. Il problema - spiegano i medici - è globale, anche se in Europa i dati sono più rassicuranti. In Italia va meglio che negli Stati Uniti, ma peggio che nella maggior parte dei paesi Europei in quanto una donna su tre e un uomo su 4 non arriva a praticare i livelli raccomandati di 150 minuti di attività moderata o 75 minuti ad intensità elevata per settimana. La notizia buona è che anche livelli inferiori di esercizio danno benefici, ovvero muoversi anche poco è comunque meglio che non muoversi affatto.

“Sappiamo – spiega Gaetano De Ferrari - che l’attività fisica ha effetti benefici sull’obesità, sul diabete e sul profilo glicemico, così come sull’ipertensione e sul profilo lipidico. Grazie a questi effetti, l’attività fisica riduce la mortalità totale e la mortalità cardiovascolare”. 

Per approfondire l’argomento leggi l'articolo sul Journal of the American College of Cardiology

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